Ossa

Ossa

Non ricordo esattamente da quanto tempo è che aspetto. Sono più o meno comodamente seduto sul divanetto rivestito in finta pelle, imbottito per offrire un supporto confortevole ai miei contrafforti difettosi. Nell’anticamera dell’osteopata attendo il sorriso cerimoniale, la maschera rituale dell’accoglienza, della rassicurante professionalità. Prefiguro la chiacchierata informale a scopo introduttivo della terapia, ed aborro lievemente preoccupato la manipolazione prematura e senza preavviso delle estremità prensili e non, dei teneri legamenti, delle strutture nascoste, bianche e solide ma intimamente fragili, fasciate di muscoli troppo cedevoli, come un esperimento che dimostri la frattura tramite la pressione in punti insospettabili che confermano la debolezza intrinseca dell’insieme, la negazione di una forza troppo a lungo data per scontata. Immagino una platea che osserva con anticipazione la disfatta delle trabecole, lo sgretolamento prevedibile, il gioco di prestigio che alla fine ricompone la geometria dello scheletro come un arpeggio veloce. Applausi alla terapia complementare, appena tollerata dalla dottrina ufficiale. Giusto il tempo di ricordare la musica che è già passata e soltanto la memoria del ritmo resta sospesa nell’aria. È l’allineamento della spina dorsale con la verticale della gravità, essere alla mercé di un burattinaio che come un incantesimo fa risuonare le corde del corpo con le mute cavità della terra che calpestiamo. L’aspirazione è la cassa toracica come una chitarra, gli arti come aste di metronomi accompagnando l’andatura. Sono accordato, raccordato con l’asse del mondo. Tutto questo accade nell’anticamera, alla soglia di quello che non accade ancora. Meraviglia delle meraviglie già mi sento meglio. Risparmio la fattura dell’osteopata, il marchio della guarigione. Rimando la terapia. Saluto e mi congedo, scegliendo di strisciare zoppicando mentre inciampo scansando ostacoli ed avanzando, arreso ai relitti che mi galleggiano incontro, gli imprevisti attraversamenti, le traiettorie di collisione. Scelgo il rotolamento, la vocazione del mercurio che sfugge dal termometro in frantumi, le storie di piombo fuso in mostruosi coaguli subacquei. Me ne vado per i fatti miei, storto e peregrino. Addio e arrivederci, chissà. Diserto l’anticamera dell’ osteopata. Che il cammino tortuoso mi raddrizzi la schiena, e così sia.

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