DFW

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#infinitewallace

#webreading

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auto

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today at work tomorrow and then again for a good morning good evening and lovely day yesterday morning to you have a good night thanks to my dear lovely lovely morning sweet dreams and hope likewise for the best and best friends in your world i have arrived at home and your mum was told that i had dinner with your family and friends with the best of you all

but now it has been very good and very well designed for a quick fix or the problem is not a great idea

of course the day is going well on the tube for a few minutes

sex a bit tense towards the new premises of a great game with your family

hi hello hi there hi thanks

coward! you can see my name in your name and your photo is very funny

i miss you too much and i don’t fancy a great idea to have dinner at the same place as your family

yes! you can tell if it’s true to your call

yes! I hope they don’t get it

yes. they’re all good but that’s what i said

nonetheless it was very much easier than having an idea

Memories

Memories

how memories evaporate in the most inconspicuous of moments sometimes

drained down into a crack in a slate

just disappear for the unexpected relief of our feelings

like wiping a little forgotten scribble on a blackboard

with one’s elbow

by a lucky accident

while passing by

Stiamo a Vedere (omaggio a S Frosi, anche se non lo conosciamo  personalmente ma lo stimiamo molto)

Stiamo a Vedere (omaggio a S Frosi, anche se non lo conosciamo  personalmente ma lo stimiamo molto)

Sbedrelgo buldifinghio?

Appare gli andò e si frappa il bustrifoldio!

Ah se fosserebbe a bistecca, che tristecca! Tipo 2/3, a sentire il cipollino (teoria mai verrificcatta!!)

Adesso ora in questo stante preciso stiamo a vedere che vita, chi vota sto poemetto.

Mi ci gioco il prepuzio che ci puoi fare un anellino se pocopoco ciao pigliato qcosa, a lello.

Te lo dico co la mano alzata, ti ricadrà la colpa del pollice eretto su tutti i social media se fai di sì col dito mapperò inteso non hai un fallo.

Ossa

Ossa

Non ricordo esattamente da quanto tempo è che aspetto. Sono più o meno comodamente seduto sul divanetto rivestito in finta pelle, imbottito per offrire un supporto confortevole ai miei contrafforti difettosi. Nell’anticamera dell’osteopata attendo il sorriso cerimoniale, la maschera rituale dell’accoglienza, della rassicurante professionalità. Prefiguro la chiacchierata informale a scopo introduttivo della terapia, ed aborro lievemente preoccupato la manipolazione prematura e senza preavviso delle estremità prensili e non, dei teneri legamenti, delle strutture nascoste, bianche e solide ma intimamente fragili, fasciate di muscoli troppo cedevoli, come un esperimento che dimostri la frattura tramite la pressione in punti insospettabili che confermano la debolezza intrinseca dell’insieme, la negazione di una forza troppo a lungo data per scontata. Immagino una platea che osserva con anticipazione la disfatta delle trabecole, lo sgretolamento prevedibile, il gioco di prestigio che alla fine ricompone la geometria dello scheletro come un arpeggio veloce. Applausi alla terapia complementare, appena tollerata dalla dottrina ufficiale. Giusto il tempo di ricordare la musica che è già passata e soltanto la memoria del ritmo resta sospesa nell’aria. È l’allineamento della spina dorsale con la verticale della gravità, essere alla mercé di un burattinaio che come un incantesimo fa risuonare le corde del corpo con le mute cavità della terra che calpestiamo. L’aspirazione è la cassa toracica come una chitarra, gli arti come aste di metronomi accompagnando l’andatura. Sono accordato, raccordato con l’asse del mondo. Tutto questo accade nell’anticamera, alla soglia di quello che non accade ancora. Meraviglia delle meraviglie già mi sento meglio. Risparmio la fattura dell’osteopata, il marchio della guarigione. Rimando la terapia. Saluto e mi congedo, scegliendo di strisciare zoppicando mentre inciampo scansando ostacoli ed avanzando, arreso ai relitti che mi galleggiano incontro, gli imprevisti attraversamenti, le traiettorie di collisione. Scelgo il rotolamento, la vocazione del mercurio che sfugge dal termometro in frantumi, le storie di piombo fuso in mostruosi coaguli subacquei. Me ne vado per i fatti miei, storto e peregrino. Addio e arrivederci, chissà. Diserto l’anticamera dell’ osteopata. Che il cammino tortuoso mi raddrizzi la schiena, e così sia.